I RAGAZZI CHE FECERO L’IMPRESA. Adolescenti in cerca di Bellezza

I RAGAZZI CHE FECERO L’IMPRESA. Adolescenti in cerca di Bellezza

21/05/2015

di p. Bruno de Cristofaro, icms

L’altra sera, la terra del monte Cofano ce l’avevo pure nelle orecchie.
Colpa dello Scirocco: l’aveva portata ovunque.
Ma ci sentivo ancora. Anzi, mentre mi trascinavo a stento nella doccia, mi tormentava l’eco delle voci dei ragazzi che -per tutto il giorno- mi avevano stordito più del ventaccio.
Eppure, ero contento. Tremendamente contento. Come loro, del resto.

Una trentina di adolescenti marsalesi fra i 15 e i 18 anni. Vivi, nonostante gli ultimi travagli dell’anno scolastico. Vivi, nonostante la giornata di trekking: «All'inizio pensavo di non farcela, tra il sole che batteva, la fatica che si cominciava a sentire, e la salita davanti a me»; «all’inizio non c'è la facevo più ero distrutta»; «è stata durissima…».

UN RAGAZZO HA COLTO UN’IMMAGINE IN QUELLA FATICA: «è così anche nella vita», ha scritto. Mi ha fatto riflettere: sebbene generazioni di adulti disincantati cerchino di risparmiare ai giovani qualsiasi difficoltà (ora circondandoli di agi, ora assecondando ogni loro voglia, ora difendendoli ad ogni costo), l’adolescente sa perfettamente che la vita è un’impresa. E, ovviamente, è tentato di averne paura. Il punto è che più gli si “imbottisce” la vita, più gli si sta dicendo che non è capace di affrontarla.
La lezione “on the road” dell’altro giorno, invece, mi ha confermato nella convinzione che il modo migliore per far riconoscere ad un ragazzo o ad una ragazza il proprio valore, la propria forza, il proprio potenziale di bene (in una parola, la propria bellezza) consiste nel metterlo/a di fronte al limite.

UNA DICIASSETTENNE, pronta a raccontare la sfacchinata solo «dopo 14 ore di sonno» (!), ha detto che era come se qualcuno le dicesse, lungo il cammino: «Oggi sei qui per vincere te stessa». E ha concluso: «Mi sono portata a casa la consapevolezza di aver vinto alcuni limiti e di aver conosciuto una parte di me stessa che non conoscevo». Quella parte di lei -direi io- che la società seppellisce sotto tonnellate di pubblicità e di mode tiranniche: perché non vali un fico secco se non hai un sedere perfetto, se non hai ancora la fidanzata o se non hai almeno trecento “amicizie” su facebook. Quella parte di sé che una ragazza di quarta superiore ricercava con inquietudine quando mi ha scritto: «Come è possibile vivere serenamente se le persone che ti circondano, al posto di guardarti con gli occhi dell’amore, ti criticano per ogni cosa che fai e ti giudicano per il tuo aspetto estetico, dicendo che devi dimagrire fino a diventare pelle ed ossa?».

Alcuni ritengono che la soluzione consista in una smisurata autostima, in un’ottimistica fiducia nelle proprie forze, nel credere in se stessi. A mio parere, non è questo il punto: il saccente e l’arrogante sono tanto deboli quanto il depresso e il disperato. Di fatto, «gli uomini che davvero credono in se stessi stanno nei manicomi» (G. K. Chesterton). E ben vengano le batoste capaci di ridimensionarmi: «Sono anche caduta lungo la discesa, ma è così nella vita di tutti giorni, è possibile cadere perché si è troppo sicuri di se stessi…».

IMPARO A VOLARE, INVECE, sopravvivo cioè al mondo delle critiche e dello sfruttamento se vengo posto sul bordo del nido da un educatore che mi ami veramente. Egli non fa mistero dei miei veri difetti (diversi da quelli di cui mi accusa il mondo), ma conosce anche le mie virtualità meglio di quanto non le conosca io stesso. In qualche modo, il ragazzo posto sul limite dall’educatore che lo ama, è spinto a cavarsela da solo, ma -contemporaneamente- sa di non essere solo. Perché lo sguardo d’amore che ti lascia andare è lo stesso che ti accoglie: «Sentivo che c'era qualcuno che mi aspettava lassù, mi sentivo in famiglia e grazie a chi ci incoraggiava, continuavo a salire».
E un’altra “scalatrice”, stupita dell’essere arrivata in cima, lo conferma: «Secondo il mio parere, abbiamo bisogno di essere incoraggiati… Le parole di una persona che conosco mi mettono ogni volta sempre più coraggio, mi fanno sentire che io sono una persona bella, forte, coraggiosa, una futura meravigliosa mamma. E, vi giuro, queste parole sono state quelle che mi hanno fatto sentire viva».

A QUESTO PUNTO MI DOMANDO: quanti di questi sguardi disinteressati e incoraggianti, i nostri ragazzi possono veramente percepire su di sé? Se siamo tutti troppo presi per dedicarci a loro, se siamo delusi dalla nostra stessa vita, se siamo incoerenti con ciò che predichiamo, se non amiamo la verità più di noi stessi, se non sappiamo rimetterci di persona pur di essere fedeli ai nostri impegni, se siamo moralmente mediocri o ributtanti, se siamo i primi ad obbedire ad ogni umore passeggero, se rincorriamo ancora i miti dell’auto-realizzazione, della carriera o del successo… se noi educatori siamo tutto questo, che sguardo posiamo sui nostri figli? Non resta per loro che l’amara constatazione di quella ragazza: «ti criticano per ogni cosa che fai e ti giudicano per il tuo aspetto estetico». Lo ripeterò fino alla nausea: il problema dei giovani è, in realtà, un problema degli adulti.
Ma qui e lì ci sono ancora delle guide autentiche e ciascun ragazzo può e deve scovare il suo mentore. Deve cercare fra gli sguardi discreti di tanti padri e madri, professori e allenatori, preti e suore (ecc.). Sguardi potenti e contagiosi (più di quanto si creda) che danno la forza al ragazzo di uscire fuori di sé e di affrontare la vita guardando gli altri con lo stesso disinteresse. «Guardare con altri occhi, che non fossero i miei, mi ha dato la forza di proseguire, non sentivo più tanto dolore, anzi, cantavo perché ero felice»; «Durante il tragitto c'era sempre una mano tesa pronta ad aiutarmi a salire, e mi metteva ancora più coraggio. E poi io che tendevo la mano ad un’altra persona e in me -anche se può essere una stupidaggine- si apriva il cuore di gioia».

E, INFINE, IL PREMIO. Perché non si tratta di far amare ai ragazzi la fatica per la fatica (l’etica kantiana che abbiamo ereditato dalla modernità protestante è l’altra faccia del nichilismo morale contemporaneo). Si tratta -come dicevamo sopra- di far amare ai ragazzi la Bellezza. Quella bellezza che, una volta scoperta di dentro, mi spinge a conquistare (anche a caro prezzo) quella contemplata e bramata di fuori: «quella di ieri è stata una fatica ricompensata con la bellezza».
I ragazzi bramano la bellezza naturalmente -è vero!- ritrovandosi nell’intimo un desiderio che è più grande di loro, ma è ancora solo grazie all’educatore che imparano che essa sta oltre, non è immediata, comporta l’attesa, richiede impegno, appunto. Non ha niente a che fare, la vera bellezza, con le soddisfazioni istantanee dello sballo, della popolarità, del vizio, degli affetti morbosi, della pornografia… e via deturpando. La bellezza è lontana anni luce dal selfie artefatto di un millisecondo, dall’istantaneità dei “mi piace” su facebook o delle spunte blu di WhatsApp: essa richiede tempo, silenzio e sudore. Come i giorni, i mesi e gli anni, dolci e amari in cui si costruisce, si ripara e si perfeziona l’amore di due innamorati, l’amore di una famiglia.

COME GLI INFATICABILI MILLENNI nei quali si è andata formando la meraviglia del Monte Cofano. Bellezza preparata, contemplata e, finalmente, posseduta: «E poi la meta, la ricompensa dopo la grande fatica... quel mare, quel vento, quel sole, quel paesaggio»; «La fatica che ho sentito camminando fino a poco tempo prima, non è stata sprecata: ho sofferto ma ho sognato»; «Siamo riusciti a sopportare il dolore, io poi alla fine avevo un'energia mai sperimentata»; «Quando sono arrivata mi sono sentita soddisfatta e piena. Una pienezza che mi ha fatto dimenticare tutto, che mi ha reso felice. E secondo me è questa la vera felicità, una felicità semplice ma grande»; «facendo fatica, andando contro la corrente, cercando di cambiare... Soffrendo… Poi, tutto ciò, verrà ricompensato: la nostra fatica e sofferenza, alla fine verrà trasformata in gioia!».

Qualcuno dei ragazzi, insospettabile, mi ha ricordato perfino un passo del Vangelo: «La donna, quando partorisce, è afflitta, perché è giunta la sua ora; ma quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più dell'afflizione per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi, ora, siete nella tristezza; ma [e qui compare lo sguardo dell’Educatore per eccellenza!] vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia. In quel giorno non mi domanderete più nulla» (Gv 16, 21-23). E lo sguardo, a quanto pare, era reciproco perché una ragazza, affascinata dal panorama conquistato, ha scritto: «Lui era lì per dirmi: "ce l'hai fatta, ora puoi vedermi"».
Soddisfazione indescrivibile perché la Bellezza è come la terra del Monte Cofano in un giorno di Scirocco: quando te ne innamori, ti entra dappertutto.

             

Pillole di SpiritualiTà

Colui che arricchisce, si fa povero e mendica la mia carne, perché io venga arricchito della sua divinità. (San Gregorio Nazianzeno)