IL CERCHIO PUÒ DIVENTARE QUADRATO E IL TAVERNELLO PUÒ MUTARE IN CHAMPAGNE

IL CERCHIO PUÒ DIVENTARE QUADRATO E IL TAVERNELLO PUÒ MUTARE IN CHAMPAGNE

02/07/2015

di p. Enzo Vitale icms

È proprio vero che i proverbi, espressione di saggezza popolare, dicono la verità sulla vita?

A me, francamente, viene qualche dubbio. Anzi. Di più! Diffido di coloro che parlano “per proverbi” perché mi danno l’impressione di non aver nulla da raccontare della vita e, allora, sono costretti ad usare parole di altri. E poi, il fatto che il proverbio sia diffuso, non significa certo che sia vero.

La mia riflessione nasce da un libero adattamento di un proverbio che una cara amica ha postato su un gruppo whatsapp. Essendo in Sicilia, il proverbio, ovviamente in dialetto, è “cu’ nascii tunnu un pò moriri quatratu“ che, siccome siamo a Marsala, terra dove si coltiva un leggendario vino (questo dice il cartello per chi arriva da fuori), diventa “chi nasce Tavernello non può morire Champagne”, cioè la trasposizione in termini vitivinicoli di quello che più comunemente è conosciuto come “chi nasce tondo non può morire quadrato” oppure “chi nasce mappina non può diventare foulard” oppure “cu' nascii tunnu un po' moriri piscispata” ed anche, per far onore ai natali dello scrivente, “’e voglia a mettere rum, chi nasce strunz' nun po' addiventà babbà”… almeno per una volta mi si permetta il francesismo.

Ma il punto è un altro: questo proverbio è completamente falso! Se fosse vero “vana sarebbe la nostra fede” come dice san Paolo (1Cor 15). Sì, perché Cristo ha cambiato ciò che nessuno può cambiare: la morte in vita, le lacrime in gioia, l’appariscenza in bellezza, il vano in sensato, ecc.

Dire che non si può cambiare è negare secoli di storia in cui uomini "da nulla" sono diventati santi.

In questi giorni sono passato da Corleone, paesino nel cuore della Sicilia, famoso sicuramente per misfatti che hanno il sapore acre del sangue su cui una certa cinematografia ha saputo lucrare. Ma quanti conoscono invece la storia di Filippo Latino?

Un ragazzo, quinto figlio di un calzolaio, cresciuto in una famiglia religiosa, di gente povera e perbene, pia al punto tale da far maturare, tra le pareti di casa, persino una vocazione sacerdotale.

Filippo, forse poco incline a tanta mitezza, passa il tempo ad osservare le esercitazioni di scherma degli ufficiali e soldati del locale presidio spagnolo e lì, “rubando l’arte”, diventa quello che da alcuni sarà definito come “la prima spada di Sicilia”. D’altronde, anche se figlio di calzolaio, al buon spadaccino si porta rispetto, si tributa onore. E si sa che certi primati portano onore, e tali onori, con la spada, devono essere difesi. Ed è ciò che farà con il palermitano Vito Canino a cui, durante un duello, amputerà un braccio.

Onore o altro, l’uomo appena diciannovenne, è costretto a scappare e a cambiare. La natura che è stata condizionata dalla “caldizza” – quel sentimento dell’animo che fa ribollire il sangue nelle vene e perdere la testa – lo porta a fuggire e a rifugiarsi presso il convento dei frati minori. Solo ventisettenne, ben otto anni dopo, potrà indossare il saio francescano. Preghiera, penitenza e meditazione saranno le armi che lo aiuteranno a raffreddare il sangue caliente. Si dedica ai lavori più umili, quelli che nessuno vuole fare e ci riesce grazie alla preghiera perché, a suo dire, “l’orazione è il flagello del demonio ed egli teme più l’orazione che i flagelli e i digiuni”.

Cambierà anche il nome in Bernardo, il povero ragazzo divenuto spadaccino e poi convertito!

Arrivando nella piazza di Corleone, oggi, si vede la sua statua. Tutti pensano: «è san Francesco!» e invece è solo uno dei suoi figli che, dando dimostrazione di quanto possa essere falso che non si possa cambiare la propria natura, è arrivato addirittura ad essere santo: san Bernardo da Corleone.

Il punto allora è il tempo che ci vuole per cambiare; tempo speso nella preghiera, nella penitenza, nella mortificazione.

Morale: si può nascere in qualsiasi condizione. Saremo noi a decidere come morire!

             

Pillole di SpiritualiTà

Colui che arricchisce, si fa povero e mendica la mia carne, perché io venga arricchito della sua divinità. (San Gregorio Nazianzeno)