"COME UN BAMBINO". RACCONTO DI NATALE DEDICATO AGLI ADOLESCENTI

"COME UN BAMBINO". RACCONTO DI NATALE DEDICATO AGLI ADOLESCENTI

25/12/2015

di padre Bruno de Cristofaro icms

Un’altra sera da solo. I suoi erano -come sempre- a lavoro. Anche alla Vigilia di Natale.

Ancora un messaggio su WhatsApp, con lo smartphone che gli illuminava il volto, poi Francesco tornò scuro, come le pareti del salotto.

Noia. Una sua vecchia conoscenza.

Il pensiero -nel disperato tentativo di aggrapparsi a qualcosa- gli corse al computer, in cameretta. E a internet, con le sue promesse di piacere preconfezionato. Sapeva che quello era almeno un modo collaudato di provare qualcosa, di fuggire in una realtà virtuale, evanescente. Dove finalmente nessuno (forse) lo avrebbe visto.

Ma per uno sguardo perso nel buio, anche la luce più piccola fa la differenza. E l’attenzione di Francesco cadde altrove: si ricordò di quando con papà aveva comprato quella fila di lampadine a intermittenza che ora brillava, arrampicandosi sull’albero. Il cicalio della corrente riempiva il silenzio della stanza, come una voce gentile che voleva distrarlo dai suoi pensieri, richiamarlo alla realtà. Alla realtà reale.

Infilò le pantofole e si avvicinò all’albero. Per terra, il presepe. Lo stesso dell’anno scorso. E di quello prima… Francesco si piegò sulle ginocchia e lo studiò con lo sguardo, come se lo vedesse per la prima volta. Strani quei tizi inebetiti. Tutti muti, tutti fermi. Nella stessa posizione da anni. Così erano usciti dalla scatola e così ci sarebbero ritornati. Eppure in quei volti (possibile?!) non trovava nessuna traccia di noia, della sua noia. Quelle pose artefatte e quegli sguardi pensosi sembravano esprimere un desiderio, un desiderio a lui sconosciuto. Si scoprì più annoiato di una statuina, e ne provò invidia: che avevano quelli da stare lì impalati?

E in un lampo capì: essi aspettavano. Cosa che lui aveva smesso di fare da tempo. Che altro c’era da aspettarsi dalla vita? Ormai, le aveva provate tutte, diceva. Ecco perché non gli era rimasta che la compagnia della noia.

Si guardò dentro: che diavolo gli era successo in quegli ultimi anni? Dove era finita la sua voglia di vivere? I suoi desideri, i suoi sogni? Qualcuno o qualcosa doveva averlo derubato. Qualcuno o qualcosa doveva averlo privato dello stupore, lo stupore insaziabile di quando era bambino. Che fine aveva fatto quell’antica luce?

E in un doloroso crescendo rivide tutto: le prime cattiverie, quegli insulti fra bambini precocemente carichi di odio, le prime parolacce, le botte prese e restituite, le offese e i dispiaceri dati a sua madre e suo padre, le più vili menzogne, quei piccoli furti in cui aveva provato tanto gusto, la volontà di primeggiare a tutti i costi sugli altri, il bombardamento di una televisione nauseante, le prime sigarette, e infine quelle prime maledette volte in cui era incappato nella pornografia…

La scoperta fu lacerante: Francesco non era mai stato un bambino. Non gli era stato concesso. Qualcuno lo aveva rapinato della sua infanzia. I lupi rapaci dell’anima si erano avventati su di lui fin dalla più tenera età. Era stato depredato ancor prima di potersi difendere.

E cominciò a piangere e a singhiozzare. Come un bambino. Almeno stavolta.

Le ginocchia cedettero e picchiarono violentemente sul pavimento, insieme ai pugni chiusi.

Si ritrovò a rimpiangere la propria infanzia. Perché non poteva riaverla indietro? Qualcuno doveva pur avere delle risposte alle sue domande, altrimenti quei tizi di cartapesta erano solo dei pazzi e degli illusi. Fu così che l’immaginazione -un dono che Francesco non aveva ancora del tutto perduto- gli tirò un brutto scherzo.

Si ritrovò proiettato lì dentro, tra pastori, magi e cammelli. Si vagheggiò così: come un bambino di pochi anni con gli occhi ancora gonfi di pianto. Cominciò a farsi strada lentamente, pieno di meraviglia e di rispetto dentro quella piccola, puzzolente stalla. Finché non si accorse che il miracolo stava già avvenendo: vide tutte le complicazioni, le sporcizie e le incrostazioni che aveva accumulato crescendo, cadergli di dosso, come squame, fra la paglia. Fino a riconoscere il suo antico “sé”, ciò che lui era veramente.

Quando si riebbe, piangeva ancora ma -contemporaneamente- rideva. Rideva di gusto. Come un bambino. Ora non rimaneva in lui nient’altro che lui, senza artifizi, senza costruzioni, senza finzioni. E a quel punto gli fu chiaro cosa aspettavano quelle statuine. Gli fu chiaro il senso della Notte che si stava avvicinando: essa era una chance, una mano tesa, una seconda possibilità. Quel Bambino gli veniva incontro perché egli stesso tornasse bambino.

             

Pillole di SpiritualiTà

Colui che arricchisce, si fa povero e mendica la mia carne, perché io venga arricchito della sua divinità. (San Gregorio Nazianzeno)