SAN VITO MARTIRE. STORIA (ATTUALISSIMA) DI UN ADOLESCENTE E DEI SUOI EDUCATORI

SAN VITO MARTIRE. STORIA (ATTUALISSIMA) DI UN ADOLESCENTE E DEI SUOI EDUCATORI

16/06/2016


di padre Bruno de Cristofaro, icms

“Adolescente martire” recita la dizione accanto al nome di San Vito.

Nato nel III secolo a Mazara del Vallo -Diocesi che ieri ne ha celebrato la Solennità-, doveva avere intorno ai 15 anni quando fu barbaramente ucciso.

Era stato il padre (pagano) a denunciarlo: il ragazzo aveva commesso la colpa imperdonabile di farsi battezzare. Con lui furono arrestati anche Crescenzia (la nutrice), e Modesto (il precettore), entrambi cristiani, accusati -ovviamente- di averlo “plagiato”.

Gli furono prospettate prima allettanti ricompense, qualora avesse sacrificato agli dei; poi spaventose torture, qualora non lo avesse fatto. Il ragazzo non cedette e fu rilasciato dall’autorità.

Il padre non si arrese e provò con un vecchio trucco, ma neanche le profferte “in natura” di alcune volenterose ragazze riuscirono a piegare il giovane Vito.

L’esecuzione avvenne a Roma il 15 giugno del 303, dopo un secondo arresto (e una lunga serie di torture), per ordine dello stesso Diocleziano. Crescenzia e Modesto, che avevano esortato il ragazzo a restare fedele a Cristo a qualsiasi costo, furono martirizzati insieme a lui.

Attualissima, la storia di San Vito ci ricorda come l’adolescente (etimologicamente, “colui che tende verso la pienezza”) è posto quotidianamente di fronte a un bivio. E all’imbocco delle due strade che si diramano di fronte a lui, stanno rispettivamente i falsi e i veri educatori.

I primi vogliono scrivere la vita del ragazzo al suo posto: nutrono delle aspettative che lui deve soddisfare, pongono degli standard cui lui deve adeguarsi, pena la diseredazione.

I secondi vogliono rendere il ragazzo abile a scrivere la vita da sé: indicano degli obiettivi alti che lui può raggiungere, lo accompagnano in imprese eroiche che lui non sa di poter realizzare.

I primi, credono di dover innestare nel ragazzo una vita che egli ancora non possiede, per questo fanno dell’educazione una serie di imposizioni (siano esse un eccesso di “regole” o un eccesso di “regali”).

I secondi, riconoscono nel ragazzo una Vita che già opera e cresce dentro di lui, per questo pongono quotidianamente le giuste condizioni (regole) perché essa maturi, giunga a pienezza e si doni a servizio degli altri.
I primi ambiscono alla propria affermazione esistenziale e sociale, a costo della libertà (ossia della vita) del ragazzo; finendo per violare perfino la sua coscienza.

I secondi puntano solo al bene del ragazzo, a costo del proprio interesse, della propria fama o -addirittura- della propria vita; insegnandogli -con la testimonianza- che perfino la morte è preferibile alla violazione della propria coscienza.

I primi, in definitiva, ritengono che non ci sia nulla per cui valga la pena morire (il padre di Vito non concepisce la determinazione del figlio), ecco perché finiscono per insegnare che non ci sia nulla per cui valga la pena vivere (quanti [dis]educatori sono convinti che per essere felici bisogna fuggire dalla vita!).

I secondi, in sostanza, ritengono che solo finché ci sarà qualcosa per cui valga la pena soffrire (Modesto e Crescenzia spronano Vito a non mollare), allora ci sarà qualcosa per cui valga la pena gioire (una Vita che non ha limiti, nel tempo e nell’intensità, ora e nell’aldilà).

Che ogni adolescente, come Vito, abbia la fortuna di incontrare al proprio bivio degli educatori autentici e insieme il coraggio di seguirli.

             

Pillole di SpiritualiTà

Colui che arricchisce, si fa povero e mendica la mia carne, perché io venga arricchito della sua divinità. (San Gregorio Nazianzeno)