CATECHESI DI NOVEMBRE 2014: LA PRUDENZA

CATECHESI DI NOVEMBRE 2014: LA PRUDENZA

09/11/2014

“Tra coloro che sono perfetti parliamo, sì, di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo, né dei dominatori di questo mondo, che vengono ridotti al nulla. Parliamo invece della sapienza di Dio.” 1Cor 2: 6-7
“L'uomo mosso dallo Spirito, invece, giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno. Infatti chi mai ha conosciuto il pensiero del Signore in modo da poterlo consigliare? Ora, noi abbiamo il pensiero di Cristo.” 1Cor 2: 15-16
Il Card. Carlo Maria Martini nella sua catechesi sulle virtù dice che “Tutte le virtù che esercitiamo sulla terra sono in tensione verso l’eternità: qui vigiliamo nell’attesa che il Signore ci colmi dei suoi doni e cominciamo a vivere quegli atteggiamenti di fede, speranza, carità, di prudenza, giustizia, fortezza, temperanza, che rappresentano l’anticipo della vita futura. Per questo sulla terra le virtù sono un cammino, in progresso, in crescita verso la pienezza della visione beatifica e, quando le verifichiamo in noi, ci avvertono che ci troviamo nella giusta via per la patria eterna.”
In altre parole, vivere le virtù nelle faccende della nostra vita quotidiana è il nostro modo concreto di camminare verso il Cielo. È una impostazione della vita seconda la verità, il vero bene da fare in questa data situazione, in vista di raggiungere la pienezza della verità – Dio. Dunque, qui si tratta delle virtù cristiane che sono infuse con la grazia di Dio e trasformano e danno all'agire umano un significato e valore soprannaturale, cioè merito davanti agli occhi di Dio e la vita Eterna alla fine della nostra vita terrena.
La prima in ordine e in importanza è la Prudenza.
Però la parola prudenza ha acquisito nella nostra cultura certe sfumature e significati che deturpano e sfigurano la vera natura della virtù.
Come Joseph Pieper ha notato nel suo libro sulle virtù cardinali, nell’uso colloquiale la parola prudenza porta sempre con sé un senso di temerità, di una preoccupazione meschina della propria incolumità o ricerca egoista del proprio bene. Così un uomo “prudente” sarebbe uno capace di evitare la situazione imbarazzante di essere coraggioso. Giancarlo Galeazzi nel suo articolo “Un Ritorno alla Virtù” dice che la parola prudenza “è diventata sinonimo di doppiezza o di dissimulazione, ovvero di viltà o di paura. Se anche non giunge a tanto, l'accezione comune del termine rinvia a un atteggiamento di tipo pragmatico più che morale, per cui, quando va bene, è sinonimo di fare attenzione.”
Galeazzi continua, “mi sembra che il concetto di prudenza, quando non è usato in senso del tutto negativo, ha pure sempre una valenza poco positiva ovvero di una positività meramente pratica.” In questo senso prudenza sarebbe piuttosto furbizia egoista e codarda.
Che brutta caduta. La prudenza, da “auriga virtutum” , cocchiere delle virtù, come dice il Catechismo della Chiesa Cattolica (1806) citando la filosofia classica, che ha come compito quello di dirigere “le altre virtù indicando loro regola e misura”, finisce come tecnica dei furbi, egoisti e imbroglioni.
La vera prudenza, però, come dice S. Tommaso, citando Aristotele, è “recta ratio agibilium”, che viene tradotto dal Catechismo con “retta norma dell'azione”. Mi pare che la definizione data da Antonio Royo Marin nel suo “Teologia della Perfezione Cristiana” (269) sia ottima: “una virtù speciale, infusa da Dio nell'intelletto pratico, per il retto governo delle nostre azioni particolari in ordine al fine soprannaturale.”
E se è il retto governo delle nostre azioni, la prudenza si trova in ogni atto di virtù e se è un atto di virtù, anche se è di temperanza, fortezza o pure un atto di carità, c'è la prudenza a ordinare l'atto.
Si tratta di una virtù intellettuale, infusa da Dio, che ci aiuta ad applicare la conoscenza dei primi principi morali al caso particolare, scegliendo quello che è il vero mezzo giusto per agire bene qui e adesso (hic et nunc) in vista del fine ultimo. Come dice Tanquerey, (Compendio di Teologia Ascetica e Mistica, p. 627), la prudenza “inclina l'intelletto a scegliere i mezzi migliori per ottenere i vari fini prossimi subordinatamente al fine ultimo”.
Per arrivare al suo oggetto, cioè, portare l'uomo a compiere buoni atti umani nel concreto e per il cielo, la prudenza agisce:
1) con il discernimento – la prudenza riflette sui mezzi giusti, date le circostanze, per arrivare al fine buono scegliendo i mezzi buoni;
2) comandando di usare i mezzi scelti per arrivare al fine. L'intelletto pratico comanda la volontà per agire. Vedo il mezzo per arrivare al bene – faccio.
È una virtù principalmente intellettuale, ma pratica e attiva poiché mi dice in ogni caso particolare quello che devo fare o evitare per raggiungere il fine.
E come il nostro agire umano si svolge a due livelli basici, ci sono due tipi di prudenza: 1) personale – dove devo cercare di agire in modo prudente – secondo la retta ragione – come singolo, governando me stesso;
2) sociale – dove devo agire prudentemente – secondo la retta ragione – come membro di una comunità (sia la famiglia, la società, la città, lo stato, etc). Sotto il sociale abbiamo la prudenza familiare che il capofamiglia deve avere per ben governare la famiglia. Poi, c'è la prudenza politica che i governanti devono usare per il bene comune.
È vero che si potrebbe dire che ci sono anche altri tipi di prudenza (professionale, medica, etc.) ma in tutte queste manifestazioni di prudenza si trova sempre quello che si può chiamare l'applicazione della saggezza al concreto atto da fare:
1) il discernimento dei mezzi per arrivare al fine applicando i principi al caso concreto,
2) la scelta concreta del mezzo migliore per compiere il fine,
3) compiere il bene individuato, che è da fare.
La prudenza, o saggezza nell’agire, per compiere il suo discernimento, scelta ed esecuzione, ha delle parti integranti che, secondo S. Tommaso, sono otto e sono di aiuto nel suo esercizio.

Le parti integranti sono otto:
1) La Memoria (II-II 49,1). Il ricordo dei successi e fallimenti del passato ci aiuta a orientarci nel presente. L’esperienza è madre della scienza.
2) L'Intelletto (II-II 49,2). Alla luce dei primi principi (sinderesi) e della fede, l'intelletto discerne se quello che ci proponiamo di fare sia buono o cattivo, conveniente o no.
3) La Docilità (II-II 49,3). In questo contesto è l'umiltà di non presumere di saper risolvere ogni caso da sé, e dunque, fare ricorso a quelli che hanno più esperienza e conoscenza.
4) La Solerzia (II-II 49,4). La solerzia è la prontezza dello spirito per risolvere da sé i casi più urgenti, quando non c'è tempo per consigliarsi e riflettere profondamente.
5) La Ragione (II-II 49,5). In questo contesto è la matura riflessione su casi di “ordinaria amministrazione” che l'uomo è capace di risolvere da sé.
6) La Provvidenza (II-II 49,6). Non si tratta della Divina Provvidenza ma piuttosto della capacità dell'uomo di “vedere lontano”, cioè di riflettere bene sul fine dell’azione, ordinare i mezzi appropriati, e prevedere le conseguenze delle azioni.
7) La Circospezione (II-II 49,7). È la capacità di guardare attorno, l'attenzione alle circostanze per determinare se è conveniente o no agire in un determinato modo. Molti atti per sé buoni, date certe circostanze, non sono convenienti. (Royo Marin usa l'esempio di obbligare un uomo ancora dominato dall'ira a chiedere perdono).
8) La Cautela (II-II 49,8). È una attenzione ai possibili pericoli, impedimenti o ostacoli che possono compromettere l'esito della nostra buona azione. (Royo Marin usa l'esempio dei cattivi compagni).
La pratica delle virtù si accompagna sempre con la lotta contro i vizi contrari e ci sono i vizi che si oppongono alla pratica della virtù della prudenza: alcuni che sono manifestamente contrari, altri che sono contrari ma che sono capaci di camuffarsi sotto una apparenza di prudenza.
I vizi manifestamente contrari sono due:
1) L'Imprudenza (II-II 53, 1-2). L'imprudenza si suddivide in tre aspetti:
a) la precipitazione, quando uno agisce senza riflessione e spinto dalla passione o capriccio.
b) la sconsideratezza, quando uno trascura di guardare alle cose necessarie per giudicare rettamente il caso (i primi principi, le circostanze, etc.),
c) l'incostanza, quando si abbandonano facilmente e per motivi futili le risoluzioni della prudenza.
2) La Negligenza (II-II 54, 1-3). È il vizio del “non m'importa”. Uno vede ciò che deve fare ed anche il giusto modo di fare, però non fa lo sforzo di mettere in pratica il bene individuato. Mentre l'incostanza molla la decisione presa, la negligenza non decide affatto, si astiene dal comandare.
I vizi camuffati sono cinque:
1) La prudenza della carne (II-II 55,1-2). La capacità di trovare i mezzi per soddisfare le passioni della natura corrotta dal peccato. Non si tratta solo della concupiscenza della carne ma d'ogni egoismo, ambizione, vanità, cupidigia, etc.
2) L'astuzia (II-II 55,3). È l'abilità di conseguire un fine, sia buono sia cattivo, per vie false, simulate o apparenti. Si tratta di manipolare e di manovrare gli altri alla Machiavelli per raggiungere il fine desiderato. È sempre peccato anche se è fatto per un fine buono, perché il fine non giustifica i mezzi. Il bene bisogna farlo per vie rette e non tortuose.
3) L'inganno (II-II 55,4). È l'astuzia praticata usando principalmente le parole.
4) La frode (II-II 55,5). È l'astuzia nelle azioni.
5) L'eccessiva sollecitudine (II-II 55,6-7). È una preoccupazione esagerata delle cose temporali di questo mondo, presenti o future, dando troppa importanza a loro, e mancando di fiducia nella divina Provvidenza.
Per concludere, la prudenza cristiana giudica sempre quello che noi dobbiamo fare nel concreto, alla luce del Cielo.
Il fine dell’atto prudente cristiano è fare la verità nella carità nel contesto della situazione in cui mi trovo. Dio è verità e amore e agisce secondo la sua natura, nella verità e con amore. Il cristiano, inserito nel mistero della vita di Dio, deve agire secondo la sua natura di figlio di Dio, verità e amore. La prudenza cristiana non cerca il proprio bene egoistico ma il vero bene, anche se il vero bene può farci del “male”; cioè, avere conseguenze non gradevoli alla nostra persona. Il bene è da fare, il male da evitare, anche se soffriamo. La prudenza discerne, giudica e comanda il bene concreto da fare, il male concreto da evitare.
Un esempio. Quando il sindaco di Ourém imprigionò i tre pastorelli, i carcerati, guardando la scena della sofferenza dei tre piccoli sono stati spinti, per alleviare la loro sofferenza, a dire “Ma dite al sindaco questo vostro segreto. Cosa importa a voi se quella Signora non vuole?” Qui stiamo davanti alla falsa prudenza della carne che il tentatore ha usato, per mezzo della compassione dei carcerati, per cercare di portare i tre pastorelli a tradire la missione loro data dalla Madonna. In fondo si trattava solo di una piccola bugia che non faceva male a nessuno. No? Però, il male è da evitare e il bene da fare. Giacinta, spinta dalla vera prudenza cristiana, dice: “Dirlo, no! Piuttosto voglio morire!” Meglio morire che peccare, meglio morire facendo il bene.

             

Pillole di SpiritualiTà

Colui che arricchisce, si fa povero e mendica la mia carne, perché io venga arricchito della sua divinità. (San Gregorio Nazianzeno)